ITI  OMAR  A.S. 2003 / '04                              torna indietro                                        Classi V TB - V TC

 

 

Progetto

Conoscere gli Armeni

 

 

 

Il nostro Istituto ha realizzato il progetto in titolo. I lavori si sono articolati come segue:

 

·    Nr. 2 lezioni, per un totale di 4 ore, tenute dal Prof. Andrea Scala dell’Università Cattolica di Milano, studioso dell’argomento.

·    Visione del film Ararat, di Atom Egoyan, 2002

 

Si documenta il percorso svolto con due relazioni di allievi e la presentazione del film visionato. Una Bibliografia permette ulteriori approfondimenti.

 

 

Indice:

 

1.       Qualche notizia sugli Armeni - 1 (Benedetti Gabriele - Classe V TC)

2.       Qualche notizia sugli Armeni - 2 (De Agostini Matteo – Classe V TC)

3.       Ararat di Atom Egoyan

4.       Bibliografia essenziale

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

QUALCHE  NOTIZIA SUGLI ARMENI - 1

 

 

 

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urante la prima guerra mondiale, nell’area dell’ex impero ottomano, si è consumato il  genocidio del popolo armeno ( METZ YEGHERN   “ IL GRANDE MALE”).

Gli Armeni sono un popolo che vive in un’area per lo più montuosa, compresa oggi tra Georgia, Azerbaijan, Russia e Turchia.

Sono un popolo ospitale che vive nell’area anatolica fin dal VII secolo a. C.,  sono di religione cristiana e dal punto di vista culturale i maggiori risultati li hanno ottenuti in architettura.

Gli Armeni scrivono con un proprio alfabeto e hanno un elevato grado d’istruzione, è molto diffusa la cultura del libro, tanto che in passato  le coppie che non potevano avere figli potevano scegliere di adottarne uno o preoccuparsi della trascrizione di un libro, comunque per “trasmettere”  qualcosa di  sé.

Questo popolo non ha mai avuto un durevole Stato proprio: l’area d’insediamento è stata interessata da diverse invasioni (greca, romana, persiana, araba, ottomana e russa sono le più importanti).

Sotto il dominio degli ottomani il popolo armeno è stato ridotto di circa due terzi, dapprima a causa delle persecuzioni del sultano Abdul Hamid II nel 1894-1896 e successivamente del governo dei Giovani turchi dal 1909.

In quest’ultima data in Turchia sale al potere, governando di fatto al posto del sultano, un triunvirato (Enver, Djemal, Talaat): essi appartenevano appunto al partito dei Giovani turchi o “Ittihad ve Terrakki” (Unione e Progresso) che avviò un processo di modernizzazione nel Paese.

Il partito Unione e Progresso basava le sue azioni in base all’ideologia panturchista, la quale voleva formare un grande Stato di etnia rigorosamente turca e di omogeneità religiosa: la popolazione armena, non di questa etnia né  di  religione mussulmana, per di più  con le richieste ripetute  di autonomia, poteva costituire un ostacolo alla realizzazione di questo progetto.

Su queste motivazioni tra il dicembre del 1914 e il febbraio 1915 il triunvirato, con l’aiuto di consiglieri tedeschi, alleati della Turchia nella prima guerra mondiale, pianificarono le  modalità di sterminio dell’etnia armena: ecco il primo genocidio del XX secolo.

Le prime deportazioni verso il deserto di Deir Al-Zor, in Siria, iniziarono già nel gennaio 1915 con il pretesto che gli Armeni si trovavano in zone pericolose di guerra, essendo prossimi al fronte nemico russo.

L’episodio che manifestò le vere intenzioni del governo dei Giovani Turchi avvenne nella notte del 24 aprile 1915, quando centinaia di notabili e dirigenti politici armeni di Costantinopoli vennero   arrestati, deportati e massacrati: questa è anche oggi la data del loro Giorno della memoria, celebrato da Armeni della Diaspora e nella stessa Repubblica omonima.

Nel maggio 1915 ci fu il decreto provvisorio di deportazione in cui la criminale Organizzazione Speciale, addetta allo sterminio, ebbe l’autorizzazione di  deportare gli Armeni: destinazione “il nulla”.

Più di 1.500.000 di  Armeni vennero massacrati e depredati dei loro beni nei loro stessi insediamenti. I superstiti  furono costretti ad un terribile marcia verso il deserto siriano. Molti morirono di fame e di sete, altri per malattie. I più forti, che riuscirono ad arrivare al deserto, vennero gettati in caverne e bruciati vivi, altri furono annegati nel fiume Eufrate e nel Mar Nero, inenarrabili le forme del martirio di donne, bambini, anziani.

Chi riuscì a sfuggire alle deportazioni del 1915 e del 1916 si rifugiò nei paesi vicini (Egitto, Russia, Giordania).

Nel 1918, finita la guerra, con i   patti di Sevres, dalla dissoluzione dell’impero turco nascono nell’area caucasica lo Stato armeno e quello curdo, ma ebbero breve vita;; nel 1921 salì al potere  a Istanbul, nella neonata repubblica,  Mustafà Kemal Ataturk che strinse accordi con la Francia e l’Inghilterra in funzione antisovietica  e procedette impunemente a nuovi massacri sulla popolazione armena, e ottenne anzi l’autorizzazione ad annettersi l’Armenia in territorio turco; nella parte più orientale l’URSS, invece, dette vita ad una Repubblica armena autonoma.

Ataturk stesso riuscì anche a coprire e  a negare  lo stermino armeno da parte del partito dei Giovani Turchi, di cui condivideva buona parte del progetto politico.

Il mascheramento dei crimini ricordati fu agevolato anche dal fatto che non ci fu un  processo che li riconoscesse.

Gli Armeni peraltro si fecero in parte giustizia da soli compiendo parecchi attentati nei confronti dei responsabili dello sterminio.

Una  violenza di queste proporzioni non si poteva tenere nascosta per sempre e grazie anche alle foto e alla testimonianza di Wegner, un medico tedesco pacifista, che fu testimone casuale della marcia dei deportati verso lo sterminio di Deir Al-Zor, si è riuscita a tenere in vita la memoria.

Finita la guerra, egli pubblicò un libro e scrisse una lettera al presidente degli Stati Uniti W. Wilson in cui descriveva e testimoniava i crimini commessi dai Turchi: la sua voce rimase per lungo tempo messa in disparte.

Ancora oggi al genocidio degli Armeni nei libri di storia, nelle enciclopedie non si dà spazio, spesso è oscurato  dall’altro grande genocidio avvenuto nel XX secolo, quello degli ebrei.

In conclusione, a mio parere, dopo aver fatto ricerche e ascoltato la conferenza del professore Andrea Scala, oltre al “ Giorno della memoria”, dovrebbe esserci  anche una “Giornata” per ricordare il genocidio armeno e stermini di popolazioni africane e asiatiche, e altre violenze di massa di cui forse ignoriamo ancora l’esistenza stessa, che hanno insanguinato l’intero secolo XX°.

 

Benedetti Gabriele

Classe V TC

 

 

Fonti:

Sito  Internet: www.gariwo.net/genocidio.htm

Conferenze del 4/02/04  e del 11/02/04 del professor Andrea Scala presso l’Iti Omar di Novara

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

QUALCHE NOTIZIA SUGLI ARMENI - 2

 

 

 

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ggi ridotta ad un piccolo Stato indipendente tra il Mar Nero ed il Mar Caspio, ma un tempo territorialmente più vasta, l’Armenia e la sua popolazione hanno molto da raccontarci, ma spesso noi non sappiamo ascoltare .L’Armenia è quasi totalmente montuosa, con un paesaggio sotto alcuni aspetti alpino e sotto altri arido; situata nella zona sub-caucasica, tra la Turchia, la Georgia e la Russia, la sua popolazione ha radici molto profonde: gli Armeni anticamente vivevano in una regione (oggi essenzialmente in Turchia) molto più vasta di quella attuale; hanno raggiunto eccellenti risultati nell’architettura, hanno un’istruzione molto elevata. Gli Armeni   scrivono con un proprio alfabeto dal IV sec. e soprattutto, unici in quella zona, sono cristiani, anche se talora ancora  praticano il sacrificio di sangue con gli animali( retaggio di antichissimi riti propiziatori).

Ma ora passiamo alla loro storia più recente. Gli Armeni non hanno quasi mai avuto una situazione politica autonoma. Nei primi anni del XX secolo nacque in Turchia (che allora controllava anche la zona armena) il partito “Unione e Progresso” ad opera dei Giovani Turchi, che si posero come obiettivo rendere grande l’Impero Ottomano, che peraltro sarebbe caduto nel 1918 al  termine della Grande Guerra. Gli Armeni, da sempre guardati con sospetto  dal popolo musulmano, anche per la loro religione Cristiana, di cui erano fortemente convinti, divennero una popolazione assai scomoda per il governo centrale, trovandosi tra l’altro ad essere una sorta di “cuscinetto” tra l’impero ottomano ed il grande impero zarista ed avendo ripetutamente avanzato richieste di autonomia da Istanbul.Negli ultimi decenni del 1800, precisamente tra il 1894 e il 1896, gli Armeni tentarono di ottenere una forma seppur limitata di autodeterminazione, ma la risposta fu che fino a 250.000 Armeni furono barbaramente eliminati dall’imperatore per evitare ogni ulteriore iniziativa del genere. Ma il 16 Gennaio 1913 Enver Pascià, Taalat Pascià e Ahmed Gemal presero con forza il potere in Turchia e avviarono un processo di turchizzazione: sotto i principi del Panturanesimo e della “Rinascita Ottomana” volevano riunire tutti i Turchi in un unico, fortissimo Stato. I Giovani Turchi, intolleranti della presenza della minoranza armena nell’impero, sfruttarono lo scatenarsi della Grande Guerra per avviarne un vero e proprio sterminio. 250.000 Armeni intanto si erano arruolati nell’esercito, ignorando ciò che sarebbe accaduto di lì a poco. Ad una speciale Commissione venne affidato il compito di organizzare “lo sterminio degli armeni”. Per primi, tra il 1914 e il 1916, furono eliminati circa 150.000 militari armeni; ci furono alcuni movimenti di resistenza, che però ebbero poca fortuna. Fu poi il turno di donne, bambini, anziani, adulti non arruolati. Taalat Pascià chiese la collaborazione del governatore turco di Aleppo, in Siria, per sterminare gli Armeni senza alcuna pietà, e così, con un’enorme deportazione di massa, moltissimi armeni furono spinti nel deserto siriano di Deir Al-Zor, e ammassati e trucidati anche strada facendo. Fortunatamente in certi casi alcuni governatori turchi mostrarono pietà per questa popolazione e furono disposti a disobbedire al governo pur di proteggerla. Nel 1916 Enver, Talaat, Gemal ordinarono di sterminare i pochi sopravvissuti nei campi siriani e anatolici. Il governatore di Deir Al-Zor era addirittura solito calciare e scagliare contro le rocce i bambini! 1.500.000  di  Armeni vennero massacrati nelle zone più disparate dell’Impero( su una popolazione globale di circa tre, quattro milioni), che cadde quando la guerra terminò nel 1918. I tre mandanti del genocidio furono arrestati. Furono condannati a morte come responsabili di questo terribile massacro, ma la condanna non venne mai eseguita per l’indulgenza nei loro confronti del nuovo presidente della neonata repubblica turca, Kemal Ataturk. Così  fu uno studente armeno che assassinò a Berlino Taalat Pascià, in Georgia toccò la stessa sorte a Gemal. Enver Pascià si mise invece a capo di un nuovo movimento turco-musulmano per la realizzazione di una Grande Nazione Turca: circondato dai Bolscevici, fu ucciso il 4 Luglio 1922. Tramontava così il progetto nazionalista della Turchia, ma oggi un’altra minoranza, i Curdi, che prima aveva fiancheggiato la strage, sta avviandosi verso una spietata persecuzione.

 

 

Questi fatti a moltissimi di noi sono poco o per nulla noti. Non certo solo per colpa nostra, anzi. A differenza del genocidio ebraico, quello armeno non fu mai riconosciuto dai Turchi, che tuttora non informano del loro passato la loro stessa popolazione. Il genocidio è stato comunque riconosciuto dalla maggioranza degli altri Stati, anche se tuttora in Turchia ci sono vie e piazze dedicate agli autori dello sterminio.

 

Tra tutti quelli che si sono impegnati a diffondere questi terribili fatti, oltre ai grandi A. Wegner, Lord Bruyce e A. Toynbee, vorrei ricordare una voce che non viene da studiosi ed intellettuali, ma da un gruppo musicale molto famoso anche in Italia (forse per agli appassionati, visto che suonano Heavy Metal): i System of a Down. Il gruppo si è formato nel 1993, quando due ragazzi con la passione per la musica si incontrarono. Oltre a legarli la musica, li legavano anche le loro comuni origini armene. Formarono così un gruppo di soli armeni con altri due ragazzi: Serj Tankian che sarà la voce e Daron Malakian, il chitarrista. Il nome del loro gruppo deriva da una poesia di Daron, “Victims of a Down”: Serj, intervistato, parla delle motivazioni che li hanno spinti a fare musica e del loro impegno politico. Serj ha deciso di fare musica per parlare delle sue origini, della controinformazione e di tuttoo ciò che “non è facile far venire a galla”. Il loro genere musicale, il Metal, non è suonato in Armenia, ma la musica armena ha un tono drammatico, come il loro. E’ proprio il genocidio degli Armeni ciò che ha spinto Serj a suonare: il suo popolo è stato massacrato, e quasi nessuno ne sa nulla. Dice che fin da ragazzo è stato colpito da un senso di ingiustizia per questa strage taciuta, e così ha sempre cercato di interessarsi di ciò che accade nel mondo, soprattutto di quanto ancora non viene raccontato, di ciò che viene nascosto. È questo che motiva la loro musica, anche se vogliono fare qualcosa di diverso dal semplice “rock armeno”. Ma l’Armenia è sempre presente in ogni loro canzone, e soprattutto in P.L.U.C.K., la canzone che racconta del genocidio e di tutte le ingiustizie tenute nascoste. Ho trovato questa intervista e l’ho riportata per riflettere sul fatto che spesso la storia, la politica, i sentimenti possono essere contenuti non solo nei libri, nei saggi, nelle foto, ma anche nella musica, e trovo straordinario come questo desiderio abbia spinto qualcuno a fare musica per parlare di sé e della storia del proprio popolo. Tra tutti coloro i quali hanno dato il contributo a diffondere questa triste e purtroppo ignorata pagina di Storia vorrei quindi ricordare anche i System of a Down, perché con la loro musica combattono anche loro contro le ingiustizie e la controinformazione. Ed è grazie a tutti quelli che si battono per questo che possiamo aprire gli occhi anche noi su quello che il mondo spesso ci nasconde.

 

De Agostini Matteo

V TC

 

Fonti:

Siti internet:

 www.systemofadown.it/genocidio.htm

www.systemofadown.it/biografia.htm

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ararat

di Atom Egoyan

 

 

 

 

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n giovane, discendente di esuli armeni in Canada, sta tornando nel suo paese da un viaggio nella terra degli antenati. È andato laggiù per filmare clandestinamente una salita al monte Ararat, oggi in territorio turco, rigorosamente vietato agli Armeni.

Dire Ararat per un armeno è dire identità secolare, è dire nostalgia della patria originaria, è un po’ Olimpo, un po’ Fujiama, forse un po’ Sion. Qualcuno laggiù l’ha aiutato ad infrangere i divieti per salire e filmare e il frutto del lavoro appassionato e trasgressivo sono tre “pizze” da pellicola. Il ragazzo, Raffi, spera di contribuire al film che nella patria occidentale il regista armeno Edward sta concludendo, centrato sulla ricostruzione degli eventi del Grande Male, il genocidio dei Turchi contro gli Armeni, del 1915.

Ci sono state anche ragioni più private ad indurre al viaggio: capire le scelte del padre “terrorista”, morto in un attentato contro un turco, molti anni prima, prendere fiato da un crudele conflitto nato tra la ragazza amata e la propria madre, studiosa di Storia dell’Arte armena, seconda moglie del padre della ragazza, morto suicida, forse per amore coniugale non corrisposto. Il materiale ripreso sul monte giunge in ritardo, quando ormai in Canada il film è al suo esordio pubblico. Raffi ne aveva seguite le riprese , aveva capito la disperazione di tante persone coinvolte nell’eccidio, riportate in vita dalla ricostruzione cinematografica. L’occhio che aveva rievocato il Grande Male, nella pellicola, era stato quello, velato di lacrime, del pittore Gorkj, l’amaro, che si suiciderà all’uscita del film, come tanti altri fratelli di dolore, i salvati solo per qualche tempo, tallonati dalla Gorgone che non perdona quando la si è fissata in volto. Il ragazzo ha poi visto con i propri occhi i luoghi del dolore, nel viaggio: tutto questo ha aumentato la consapevolezza della sua identità nella scoperta delle sue radici.

Alla sua inquietudine, alla sua ricerca di senso, alla aspirazione a capire sé e il mondo di altri uomini, si affianca nel film di Egoyan, da comprimario, un poliziotto della dogana aeroportuale, in Canada; anche lui ha qualcosa da intendere e da accettare: il senso della sua prossima vita da pensionato e il macigno della omosessualità del figlio.

Eccoli, allora: un anziano, David, e un ragazzo, Raffi, al controllo dei bagagli. Sono due persone per bene, senza compromessi con se stessi, che non si attaccano con ostilità ma camminano su un ponte che gettano tra loro per capirsi. C’è droga, forse, nelle “pizze”? Al doganiere è nota l’attività di spacciatrice della sorellastra-amata di Raffi. É credibile il ragazzo che insiste a parlare solo di metri di pellicole?

È eroina, non è l’Ararat, ma l’uomo dei controlli non denuncia, sa della buona fede del ragazzo e lasciarlo libero, ma informato della verità, è farlo andare oltre nella crescita.

Giovane viaggiatore in Oriente? Spacciatore. Vecchio poliziotto? Sbirro ottuso. Omosessuale? Vizioso fallito. Turco? Criminale. Armeno? Cospiratore. É inevitabile pensare così? No.

La purezza intatta, in lontananza, dell’Ararat, dove l’arca ha salvato l’uomo, è una stella polare, un invito ad essere” altri”, a cercare la pace, frutto della comprensione, dunque dell’ascolto, dunque della tenerezza. Croce, Mezzaluna hanno, contro la loro natura originaria, diviso; la ritrovata pietà da uomo a uomo, sola, può salvare, forse aiutata dall’Arte (la pittura disperata della madre, di Gorki, la musica antica e moderna che accompagna gli eventi )che ci affratella.

 

Cap

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Bibliografia essenziale in lingua italiana sulla cultura e la storia degli Armeni

 

 

 

 

Guerini e Associati

 

Aksel Bakunts, Racconti dal silenzio. Cinque novelle armene , 2002, pp.142 (uno dei massimi esponenti del realismo armeno)

Sonya Orfalian (a cura di), Le mele dell'immortalità. Fiabe armene, 2000, pp.156

AA.VV. , Armin T. Wegner e gli armeni in Anatolia.1915. Immagini e testimonianze , 1996, pp.221

Flavia Amabile- Marco Tosatti, La vera storia del Mussa Dagh , 2003, pp.158

Aldo Ferrari (a cura di) , Le guerre di Dawit' Bek.Un eroe armeno del XVIII secolo , 1997, pp.141

Claude Mutafian, Metz Yeghérn. Breve storia del genocidio degli armeni , 2001, pp.78

Daniel Varujan, Il canto del pane , 1997, pp.139 (poeta armeno tra i più significativi del Novecento, morto nel genocidio)

Boghos L. Zekiyan, L'Armenia e gli armeni. Polis lacerata e patria spirituale: la sfida di una sopravvivenza, 2000, pp. 222

Gérard Dédéyan (a cura di), Storia degli armeni, edizione italiana a cura di Antonia Arslan e Boghos Levon Zekiyan, 2002, pp. 597

Vahakn N. Dadrian, Storia del genocidio armeno. Conflitti nazionali dai Balcani al Caucaso, edizione italiana a cura di Antonia Arslan e Boghos L. Zekiyan, 2003, pp. 491

Antonia Arslan, Laura Pisanello, Husher la memoria. Voci italiane di sopravvissuti armeni, 2001, pp.162

Marco Impagliazzo, Una finestra sul massacro. Documenti inediti sulla strage degli armeni (1915-1916) , 2000, pp.254 Karekin I , Che cos'è la felicità? Dialoghi di G. Guaita con il Catholicos di tutti gli Armeni, 2001, pp.223

Pietro Kuciukian, Giardino di tenebra. Viaggio in Nagorno Karabagh, 2003, pp.167

Pietro Kuciukian, Voci nel deserto. Giusti e testimoni per gli armeni , 2000, pp.262

Pietro Kuciukian, Le terre di Nairì. Viaggi in Armenia , 1994, pp.166

Pietro Kuciukian, Dispersi. Viaggio fra le comunità armene nel mondo , 1999, pp.178

Pietro Kuciukian, Viaggio fra i cristiani d'oriente. Comunità armene in Siria e in Iran , 1996, pp.175

 

 

 

Mimesis

 

P‘awstos Buzand, Storia degli Armeni, introduzione e cura di Gabriella Uluhogian, traduzione di Marco Bais e Loris Dina Nocetti, note di Marco Bais, Mimesis, Milano 1997 (è la traduzione di un autore storico armeno del V sec.)

 

Aldo Ferrari, Alla frontiera dell’impero. Gli Armeni in Russia (1801-1917), 2001 (?)

Aldo Ferrari, L'Ararat e la gru. Studi sulla storia e la cultura degli armeni, 2003

 

Corbaccio

 

Franz Werfel, I quaranta giorni del Mussa Dagh, 1997, pp. 920

 

Rizzoli

 

Yves Ternon, Gli Armeni, 2003

 

Jaca Book

 

AA. VV., Gli Armeni, 1986

 

 

 

 

Ed. Studium

 

La spiritualità armena. Il libro della lamentazione di Gregorio di Narek, trad. e note di B.L. Zekiyan, Introduz. di B.L. Zekiyan e Cl. Gugerotti, Presentazione di D. Barsotti, Roma 1999, pp. 332. (è la traduzione di Grigor Narekac‘i, il massimo poeta armeno medievale)

 

 

Alcune traduzioni di poeti armeni si possono trovare in riviste di letteratura, ad es.:

 

Canto d’Armenia. Yerg Hayastani: in In Forma di Parole, an. diciottesimo, 1998, la quarta serie, numero primo, gen.-marzo, pp. 288.

 

Antologia di poesia armena contemporanea, tradotta in italiano (a cura di Marco Bais e Anna Sirinian) , e pubblicata in Bollettario n. 38 (quadrimestrale di scrittura e critica diretto da Edoardo Sanguineti e Nadia Cavalera).


 

Interessanti anche le novelle di W. Saroyan, scrittore armeno americano, a titolo di esempio:

 

 

W. Saroyan, Cha ve ne sembra dell'America?, 1998 (ed. Mondadori)

 

 

Due film:

 

Ararat, di Atom Egoyan (2002)

Vodka Lemon, di Hiner Saleem (2003)